Open Living Imo…Lab

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Il prossimo 23 giugno a Imola, presso la sala corsi Innovami (via Selice, 84/a) l’Università di Bologna, Imola Informatica e Innovami organizzeranno un evento dal titolo: “Applicazioni in cloud – Strumenti e modelli per far crescere l’innovazione in azienda”.

Interverranno Antonio Corradi (Università di Bologna), Claudio Bergamini (Imola Informatica), Gabriele Brusa (Innovami). L’evento è rivolto a ricercatori, studenti, imprese, startup e rappresenta un’anteprima di un ciclo di incontri ispirati al modello della rete degli European Network of Living Labs (ENoLL)

Ma cos’è un open living lab e perché Imola Informatica ha deciso di partecipare? La European Network of Living Labs è una federazione internazionale no-profit di laboratori in Europa e nel mondo. Fondata a novembre 2006 sotto il patrocinio della Presidenza europea, la rete è cresciuta molto in questi anni e attualmente ne fanno parte circa 320 laboratori accreditati.

Lo spirito su cui si basa la rete degli ENoLL è che l’innovazione non sia prerogativa di pochi soggetti o il risultato di sporadiche e geniali intuizioni dei singoli, ma che più spesso emerga dalla connessione di più individui, dall’esplorazione e dal contributo di conoscenze provenienti da campi diversi. Gli ambienti collaborativi ed eterogenei facilitano lo scambio di informazioni e le interazioni tra le persone. Gli strumenti tecnologici oggi a disposizione aumentano rispetto al passato la probabilità che nuove idee possano trasformarsi in progetti, prodotti e servizi.

Imola Informatica, l’Università di Bologna e Innovami vogliono contribuire a creare una rete che coinvolga ricercatori, studenti, università, enti pubblici, aziende e startup. L’obiettivo è avvicinare il mondo della ricerca a quello dell’imprenditoria fornendo uno spazio collaborativo e aperto con gli strumenti necessari a sviluppare e sperimentare liberamente in ambito digitale.

Il tema centrale del primo incontro sarà il cloud e come nel concreto possa portare vantaggi alle aziende, semplificare la gestione delle risorse hardware e software, velocizzare il tempo di avvio di nuove iniziative e ridurre i costi.
Nel corso del workshop verranno mostrati, a titolo di esempio, alcuni strumenti per cloud computing, tra cui Docker e Rancher.

Imola Informatica e i lab all’Unibo

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Da anni come Imola Informatica collaboriamo con l’Università di Bologna. E’ un rapporto che è cresciuto con il tempo e che si è consolidato attraverso la partecipazione a progetti regionali ed europei e a diverse iniziative in comune. Molte delle persone che lavororano con noi hanno studiato proprio a Bologna.

Tra le varie attività, organizziamo nel corso dell’anno anche laboratori e seminari sulle tecnologie che stiamo sperimentando, perché le riteniamo interessanti e pensiamo che possano interessare anche gli studenti. Sono occasioni preziose per condividere la nostra esperienza e per incontrare nuovi talenti.

Lo scorso venerdì 26 maggio abbiamo tenuto al LAB 2 della Scuola di Ingeneria e Architettura un seminario su Docker e Rancher. È stata una bella iniziativa e come sempre dobbiamo ringraziare i professori Antonio Corradi e Luca Foschini per la disponibilità.

Se siete curiosi, le slide, le esercitazioni e le soluzioni sono disponibili online.

slide Docker Ecosystem and Tools

Enterprise Architecture: un’immagine vale più di mille tabelle

Prendo spunto da questa vignetta per parlarvi di una tematica di cui mi sono occupato recentemente.

Lavorando presso i clienti sull’Enterprise Architecture siamo abituati a vedere le persone lavorare con numerosi file Excel o csv, elaborarli in qualche maniera ed estrarne informazioni a loro utili, di solito organizzate in tabelle.

Quando si opta per uno strumento per la gestione delle informazioni di EA grande importanza riveste però la capacità e la varietà delle opzioni di visualizzazione/navigazione/esportazione dei dati (reportistica, dashboard, schede di dettaglio, grafici, ecc.)

In questo ambito, a mio avviso, una visualizzazione particolarmente efficace dei dati è quella sotto forma di grafo, in cui le entità del modello di EA vengono rappresentate come un insieme di nodi connessi tra di loro tramite archi.

Eccone un esempio:

L’informazione all’utente è veicolata tramite:

  • Nodi: rappresentano i singoli oggetti (ad esempio una particolare applicazione, un server, un’unità organizzativa, una persona ecc.).
  • Archi: rappresentano una relazione o dipendenza tra due oggetti.
  • Colori/icone: servono per raggruppare e identificare gli oggetti simili in base ad una certa caratteristica (ad esempio la stessa icona per tutti gli oggetti di tipo applicazione, lo stesso colore per tutti i server di un determinato cluster ecc.).
  • Dimensione: può essere proporzionale al valore di una misura quantitativa associata ad un nodo/arco (ad esempio un nodo applicazione dimensionato in base al numero di processi di business che supporta).
  • Layout: serve per far emergere la topologia della rete (come i nodi sono collegati tra di loro dal punto di vista geometrico). Ne esistono molteplici: ad albero, ad anello, a stella, ecc.

La naturale sinergia tra occhio e cervello riesce immediatamente a generare nuova conoscenza e rispondere a diverse domande: la complessità della rete corrisponde alle aspettative? Esistono nodi con troppe relazioni (possibili “single point of failure”)? Esistono parti della rete isolate dal resto? Il grafo è bilanciato? La topologia è quella attesa?

Un ulteriore valore aggiunto viene dalla capacità di poter interagire attivamente con la rete, ossia:

  • Spostare i nodi sul piano.
  • Visualizzare gli elementi a diversi livelli di zoom.
  • Ottenere informazioni aggiuntive sugli elementi del grafo.
  • Navigare sulla pagina di dettaglio di un elemento.
  • Aggiungere/rimuovere/filtrare gli elementi della rete.
  • Espandere/collassare determinate relazioni (esplorare nuove aree).

Il vero punto di forza rispetto ad una semplice tabella è quello di ottenere una visione d’insieme dei dati sottostanti, abbreviando il tempo di comprensione delle informazioni e agevolando il processo di decision making.

Perché organizzare Imola Programma?

 

High tech, agenda digitale, smart cities, industria 4.0, internet delle cose, agricoltura smart, intelligenza artificiale, big data, app, social media, web marketing, robotica, stampa 3D, crittografia. Società digitale, pensiero computazionale, startup, privacy informatica, cybersecurity, cyberbullismo, identità digitale, oblio digitale…

Quando Imola Informatica è nata, nel 1983, tutti dicevano: l’informatica è il domani. Dopo più di 30 anni si continua a dirlo, e nel linguaggio di tutti i giorni c’è la sensazione che sia effettivamente così.

Ma davvero le persone comuni se ne rendono conto, al di là dello smartphone perennemente in mano? E chi usa computer e tablet per ragioni professionali ha un’idea della relazione che collega il computer-telefono che guarda continuamente e gli strumenti che usa al lavoro? Nel sovraccarico informativo che riguarda la tecnologia fanno molta fatica a districarsi gli addetti ai lavori, figuriamoci come si possono orientare le persone comuni.

Poi c’è l’immaginario collettivo. La Silicon Valley, i miliardari ventenni, gli hacker, il cyberspionaggio russo, le spie cinesi, gli attacchi informatici, i virus, le auto che si guidano da sole, le fabbriche che producono da sole, metà delle professioni intellettuali che spariranno nei prossimi x anni, i robot che operano meglio dei primari e le macchine che vincono a scacchi e ai quiz.

L’informatica viene percepita come una cosa lontana nello spazio, fatta da persone strane, un misto tra geni e pazzi, che a quel livello non ci riguarda. L’informatica che ci riguarda è comprare su Amazon ed eBay, usare Facebook, WhatsApp, Instagram, TripAdvisor, AirBnb, guardare YouTube, cercare su Google.

Imola Programma, il 10 e 11 marzo 2017 all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari a Imola, nasce per cercare di migliorare la comprensione della tecnologia da parte di chi la utilizza.

Ha come obiettivo affrontare temi di cui tanto si sente parlare ma che coinvolgono poco le persone normali.
Da vicino.
Potendo interrompere per fare domande.
Potendo affrontare un tema di cui ci importa, con qualcuno che ci può spiegare.
Con l’occasione di vedere che l’informatica non è lontana come si potrebbe pensare, c’è chi se ne occupa anche qui, e che alcuni addirittura vendono le loro conoscenze o le cose che hanno costruito nella Silicon Valley o in India o in Germania.
Imola Programma si rivolge particolarmente ai giovani, per aiutarli a capire, a scegliere, a smitizzare.
A capire che Imola offre tanto a chi studia informatica, a mostrare loro che si raccolgono sotto questo nome aziende che fanno mestieri diversissimi, appassionanti, importanti, spesso anche divertenti o affascinanti.
A vedere che se ne occupano persone normali, che hanno studiato le cose giuste e oggi fanno una serie di mestieri molto richiesti, e che saranno ancora più richiesti in futuro.

E si rivolge alle aziende di ogni tipo e dimensione, per avvicinarle in modo “amichevole” a un mondo che intimidisce spesso chi non ha una cultura in materia.

Per Imola Informatica e Local Focus l’organizzazione di questo evento è stato un grosso impegno da tutti i punti di vista, ma quello che ci sembra di vedere, forse condizionati dall’ottimismo, è di avere creato una bella opportunità.

Per Imola e le persone che ci vivono, prima di tutto.

Per i curiosi non imolesi: potrete saperne di più su localfocus.it/imola-programma e con #ImolaProgramma sui social.

L’isola che non c’è

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Nuovi modelli di management: ne parliamo con Chiara Montanari

Chiara Montanari è capo spedizione per le missioni di ricerca in Antartide ed è una consulente di temi organizzativi in scenari difficili.

È una donna entusiasta del suo mestiere e quindi trasmette passione, oltre che informazioni, e questo rende particolarmente piacevole parlare con lei.

Mi ha fatto sorridere sentirla descrivere l’Antartide un po’ come l’isola che non c’è: dice che di solito non compare nelle cartine in cui le multinazionali mostrano la loro capillare presenza.

In questo contesto Chiara ha sviluppato le sue doti manageriali e di leader (lo so… è una parola molto inflazionata ultimamente) ed è stato quindi naturale invitarla a fare una presentazione da noi in azienda.

A Imola Informatica non facciamo missioni in Antartide ma ci occupiamo di progettare e organizzare i sistemi informativi per grandi aziende.

Spesso ci troviamo in situazioni molto fluide e imprevedibili, per cui l’esperienza e le capacità di Chiara possono darci un contributo significativo.

In particolare stiamo sviluppando un nostro modello organizzativo e un nostro metodo di risoluzione dei problemi partendo dallo studio della teoria della complessità e del pensiero sistemico: due elementi che ci accomunano a Chiara e al suo stile di gestione.

Approfitto della cortesia di Chiara per farle alcune domande.

Perché la teoria della complessità è utile nella gestione di un’organizzazione? Non bastano le teorie classiche del management?

«Più che di teoria si dovrebbe parlare di scienze della complessità, dico questo perché è proprio importante capire che non si tratta di un altro modello che si aggiunge ai milioni di modelli già esistenti, ma di un approccio alle cose. Si tratta di “un modo di vedere il mondo” che include la diversità, la divergenza e le contraddizioni e che ci permette di usare meglio gli strumenti che abbiamo, invece che di usarne altri. Questo, per esempio, è molto utile in Antartide, perché quando ti trovi in pericolo di vita non hai tempo di cambiare gli strumenti o il team a disposizione, devi finire un progetto (oppure salvarti la pelle) con quello che hai in quel momento, così, imparare a riorganizzare le risorse e vedere le cose da molteplici punti di vista può rivelarsi la dimensione più efficace.»

Chiara Montanari in Antartide

Molte volte nelle nostre discussioni hai sottolineato l’importanza delle persone e di come dovrebbero essere accompagnate verso prestazioni migliori.

Allo stesso tempo mi hai però raccontato che tu non puoi sceglierti il tuo staff e che devi «fare il pane con la farina che hai a disposizione».

Qual è il primo aspetto di cui ti preoccupi quando ti viene presentato un collaboratore?

«Le basi di ricerca sono sistemi complessi e autonomi in cui ogni specialista è unico e fondamentale per la riuscita della missione. Quindi, rispetto ad un membro del team (preferisco parlare di team più che di collaboratori, per sottolineare che siamo tutti parti di un tutto unico, al di là dei nostri ruoli individuali) direi che ci sono 3 questioni fondamentali

  • La competenza, che evidentemente deve essere alta
  • La vivacità intellettuale (l’Antartide è il regno dell’incertezza, quindi è necessario avere a disposizione persone capaci di cogliere le situazioni e trovare soluzioni)
  • La flessibilità (gli imprevisti sono all’ordine del giorno e bisogna essere molto adattabili per superare alcune circostanze)

Tutto ciò idealmente, perché in effetti non tutti i team sono perfetti, quindi se poi queste caratteristiche non ci sono, bisogna trovare un modo per svilupparle all’interno del team ed in breve tempo. Per questo infatti da molti anni mi sono messa a fare studi e ricerche sulla complessità (centro di antropologia ed epistemologia della complessità di Bergamo).»

In molte organizzazioni vengono favoriti gli “yes-man”, quelli che si adattano al pensiero dominante del momento, eppure Drucker affermava che il dissenso favorisce decisioni migliori.

Qual è la tua opinione? Tu come prendi le tue decisioni?

«Secondo me il dissenso è molto creativo, poiché porta con sé la divergenza di opinioni (ovvero punti di vista differenti sullo stesso oggetto). In Antartide incoraggio anche le discussioni animate se mi pare che ciò serva al team per capire quale sia la strada migliore da percorrere. Chiaramente alla fine sono io l’unica responsabile della decisione presa e anche delle relative conseguenze, ma in un ambiente estremo è impossibile decidere da soli, è sempre necessaria una discussione collettiva per capire quali saranno le conseguenze da varie angolazioni, almeno fino a dove sono visibili.

Trovo molto ironico quando, a volte, mi capita di incontrare dei coach che “spiegano” e “facilitano” il cosiddetto “pensiero laterale” e poi, appena inizia una discussione con qualche accenno a divergenze di opinioni, si affrettano a sedarle. Alla fine, di solito, sintetizzano tutto “per bullet” e affermano che il “pensiero collettivo” è la lista dei commenti individuali legati dal magico “e anche”.

Questa interpretazione del “pensiero collettivo” come mera somma delle parti mi pare abbastanza semplicistica e decisamente riduttiva, sicuramente è molto lontana dall’interpretazione che ne danno sia la scienza della complessità sia le neuroscienze.

Il conflitto è parte integrante di ogni processo di costruzione e come tale dovrebbe essere accettato. La cosa difficile è fare in modo che rimanga confinato al ruolo di divergenza di opinioni su un oggetto e che non sfoci in guerra tra persone. Ovviamente questa è la parte più difficile da gestire ed è proprio qui che emerge la competenza di un “leader”.»

Chiudo ringraziando Chiara per la disponibilità e sono curioso di approfondire insieme a lei i temi di gestione e organizzazione in situazioni complesse.

“Cruscotti” indispensabili per le automobili ma non solo…

Come rendere facilmente fruibili le informazioni elaborate dalle basi dati

Recentemente mi sono occupato, assieme ad alcuni colleghi, di come creare un sistema per agevolare gli utenti nella consultazione delle informazioni estrapolate da base dati di grandi dimensioni, come ad esempio dati elettorali.

In passato la stessa esigenza è stata affrontata con un approccio di tipo generalista per scelta del cliente; sono stati implementati dei report su un insieme di dati per generare documenti con statistiche in forma di tabella diverse a seconda dei parametri indicati dall’utente.

Figura 1 –  Esempio di riepilogo nazionale dei voti per le elezioni dei rappresentanti negli enti suddivisi per gruppi principali (Gr1, Gr2, Gr3, Gr4 e Altri) raggruppati per regione [dati di esempio]

La soluzione non aveva avuto successo a causa di:

  • tempi di attesa lunghi fra la scelta dei parametri e la produzione delle informazioni
  • difficoltà nel capire le informazioni prodotte.

È evidente che l’attività richiede soprattutto una comunicazione efficace. Di conseguenza, prendendo spunto da un libro sull’infografica (Design della mente di Bottazzini e Gotuzzo), abbiamo pensato ad un approccio orientato a presentare le informazioni in forma grafica e specifiche per le esigenze dell’utente a cui sono rivolte.

Una soluzione efficace: i “cruscotti”

Il nuovo approccio si basa sulla realizzazione delle dashboard, tradotto in italiano cruscotti. Come il cruscotto dell’automobile permette di capire velocemente la velocità del veicolo, lo stato del motore, il livello del carburante e altre notifiche, anche le dashboard di un sistema informativo devono presentare le informazioni rilevanti in maniera semplice e immediata.

Ma come si realizzano dei “cruscotti” efficaci?

La risposta, suggerita dal libro, è nel seguente processo:

  1. Definire a chi è rivolto il cruscotto.
  2. Selezionare l’insieme di dati.
  3. Definire, per l’insieme dei dati scelto, cosa mostrare o meglio quale storia raccontare.
  4. Definire la forma grafica giusta per rispettare i vincoli individuati precedentemente.

Per l’ultimo punto è fondamentale poter avere uno strumento per visualizzare i dati in diverse formati grafici per simulare in maniera veloce la rappresentazione finale. Nel nostro caso si è utilizzato lo strumento Pentaho e ci siamo concentrati molto su parte grafica, tipologie di caratteri, scelta dei colori, tipi di grafici.

I valori aggiunti sono stati l’inserimento dell’interazione dell’utente con il cruscotto e la navigazione fra i cruscotti.

Il risultato è il seguente:

Figura 2 – Riepilogo dei voti e dei seggi raccolti dai rappresentanti degli enti a livello nazionale con dettaglio per regione nel riquadro in basso a destra, ad esempio il Veneto [dati di esempio]

Spostando il mouse sulla mappa in corrispondenza della regione, l’utente fa apparire un tooltip con un dettaglio dei voti e dei seggi e il rapporto degli iscritti agli enti [dati di esempio]

Figura 4 –  Cliccando sulla regione nella mappa viene mostrato il dettaglio nel riquadro in basso a destra, ad esempio la Sicilia [dati di esempio]

In conclusione, per una presentazione efficace delle informazioni è necessario analizzare le esigenze degli utilizzatori del sistema e quindi scegliere le modalità di comunicazione che le rendono fruibili nel modo più semplice, immediato e produttivo.

L’Enterprise Architecture, da diversi punti di vista

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Questo post è il secondo di una mini serie dedicata alla gestione delle informazioni in contesto Enterprise Architecture (EA) iniziata con Gestire le informazioni di EA con… senso! dove spiegavo come il contesto di EA si prestasse alla modellazione semantica delle informazioni.

Cinque viste diverse

Per poter descrivere e gestire in maniera completa e coerente le diverse dinamiche di gestione dell’EA e governance dei dati è fondamentale individuare le diverse viste (view point) da cui le informazioni possono essere osservate e i vincoli a cui sono sottoposte.  In particolare, le informazioni devono:

  1. essere logicamente distinte fra loro
  2. poter evolvere e specializzarsi indipendentemente
  3. poter essere facilmente correlate e integrate fra loro per dare la visione d’insieme

Da letteratura possiamo identificare almeno cinque viste o livelli (layer) diversi, indispensabili per descrivere l’EA e riconosciute da tutte le principali metodologie (es. ITIL, TOGAF ecc.):

  • Vista business – Tutti i concetti e le relazioni direttamente afferenti al modo business dell’azienda e di solito usati dai gruppi business (macroprocessi, processi, attività, servizi business, entità di business ecc.)
  • Vista architetturale – Tutti i concetti e le relazioni che afferiscono alle dinamiche architetturali dei sistemi IT e di solito usati dai gruppi architetture (concetti della SOA, framework, linee guida, piattaforme, componenti ecc.)
  • Vista applicativa – Tutti i concetti e le relazioni che servono per descrivere il dominio applicativo e di competenza dei vari gruppi applicativi (applicazioni, componenti applicative, dipendenze applicative/flussi ecc.)
  • Vista infrastrutturale – Tutti i concetti e le relazioni coinvolti nelle dinamiche di dominio infrastrutturale e usati dai vari gruppi infrastrutture/operation (componenti infrastrutturali, hardware, software, server/host, data center, reti ecc.)
  • Vista organizzativa – Tutto quanto rappresenta gli aspetti organizzativi dell’azienda. Tale dominio solitamente è particolare in quanto trasversale rispetto agli altri (persone, responsabili, ruoli/profili, unità organizzative, organigramma, compagnie di gruppo, organizzazioni ecc.)

La stessa informazione può quindi (e deve) essere scomposta in viste diverse da n punti di osservazione differenti che coincidono con specifici domini/aree aziendali: Le informazioni verranno poi ricomposte/riaggregate all’occorrenza in base alle necessità del momento (un problema da risolvere, documentazione da produrre, report da generare, una domanda puntuale a cui rispondere ecc.).

Diverse viste di un solido come metafora delle informazioni di EA

Un esempio reale nell’ambito bancario

Consideriamo per esempio un’applicazione banca per la disposizione di bonifici online. Proviamo a scomporre le informazioni relative a tale applicazione rispetto alle viste che abbiamo elencato sopra:

  • Vista business: l’applicazione implementa molte delle funzionalità fondamentali nel processo di business denominato “Disposizione Bonifici”, come per esempio la ricerca in una anagrafica di destinatari, implementa il front-end di immissione delle coordinate e di tutti i dati necessari o ancora la creazione della transazione e l’avviso sull’esito via SMS o altro canale. Tutte queste sono diverse attività di business del processo di business padre “Disposizione Bonifici”.
  • Vista Architetturale: dalla prospettiva dell’architettura IT, l’applicazione deve rispondere a determinate linee guida e pattern architetturali, espone dei servizi riusabili in ottica SOA e viene sviluppata usando specifici framework tecnologici.
  • Vista applicativa: in questa ottica l’applicazione ha diversi attributi tecnici che la descrivono e viene formalmente classificata rispetto ad una tassonomia (es. ABI Lab). Può inoltre può essere composta da diverse sottocomponenti tecnologiche riusabili che ne implementano le diverse sotto-funzionalità. L’applicazione bonifici ha delle dipendenze applicative (flussi) verso altre applicazioni/componenti applicative per richiedere dati o servizi o aggiornarne altri dati di cui non è master.
  • Vista infrastrutturale: l’applicazione e le sue componenti applicative sono “deployate” su application server o su ESB o ancora useranno uno specifico DBMS che gira (in cluster o meno) a sua volta su macchine fisiche o virtuali in base agli ambienti (sviluppo, produzione o test).
  • Vista organizzativa: L’applicazione ha diverse relazioni con diverse unità organizzative e persone fisiche in termini di referente tecnico, funzionale o responsabile business. Tali responsabilità potrebbero essere ereditate verso l’alto nell’organigramma (un’unità è responsabile indirettamente delle applicazioni di cui sono responsabili le sottounità).

Nella modellazione semantica tutte queste viste vengono rappresentate da modelli formali diversi (logicamente distinti da diversi namespace) fra loro indipendenti ma interconnessi da relazioni cross (trasversali) definite ad un livello più alto che li armonizza (state model) in modo da restituire la visione di insieme: quella dell’EA appunto.

Viste business, architetturale, applicativa e infrastrutturale integrate fra loro nello state model

NEL PROSSIMO ARTICOLO…

…faremo un sunto dei primi due articoli cercando di enfatizzare i concetti cardine dell’approccio semantico con qualche spunto di riflessione.

To be continued… 😉

Gestire le informazioni di EA con… senso!

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Introduzione

Questo post vuole essere il primo di una mini serie dedicata all’argomento della gestione delle informazioni in un contesto particolarmente complesso come l’Enterprise Architecture (EA).

In particolare cercherò di spiegare l’approccio che Imola Informatica adotta ormai da diversi anni basato sull’uso di tecnologie semantiche al fine di enfatizzare come ciò che conta nella gestione delle informazioni non sia tanto la forma ma piuttosto il SENSO che le informazioni assumono per le persone che le osservano ma anche per le macchine che le usano.

Significato Vs. Struttura

Enterprise Architecture: un contesto perfetto per dare senso ai dati

Occuparsi di Enterprise Architecture vuol dire in primis governare la complessità di una azienda passando necessariamente per la capacità di integrare informazioni di Business, IT e organizzative con una visione sistemica e globale.
Questo significa riconoscere le relazioni causali e soprattutto non causali fra Business e IT in modo da comprendere le interdipendenze fra le varie parti di un sistema complesso come quello IT per esempio di una banca e definire le migliori strategie evolutive, di gestione del demand o del rischio.

In un tale contesto la gestione delle informazioni diventa attività fondamentale e altamente critica.  Si deve infatti agire in modo che le informazioni siano:

  1. Condivise e non recluse nelle “scrivanie” dei vari responsabili di dominio
  2. Indipendenti da logiche applicative e non designate per su uno strumento specifico
  3. Facilmente integrabili fra loro e non ridondate ed inconsistenti
  4. Mantenute vive ed aggiornate e non censite da zero ogni volta
  5. Facilmente riusabili per scopi non conosciuti a priori e non usa e getta per un singolo uso.

Il modello formale delle informazioni dovrebbe descrivere il perimetro business e quello IT integrandoli e rispettando terminologia, relazioni e consuetudini aziendali per essere il più possibile compreso e condiviso da tutti (una sorta di dizionario globale).

Non può quindi essere un modello vincolato ad uno specifico strumento ma piuttosto dovrebbe emergere bottom-up in maniera iterativa dalle diverse aree ed esperienze aziendali in modo da rappresentare una visione realistica e di insieme del particolare sistema azienda.

L’approccio che Imola Informatica ha maturato negli anni di esperienza presso i clienti mette al centro delle attività di EA la definizione e condivisione di modelli semantici delle informazioni di Business e di IT detti “ontologie” e rappresentati in un formato standard RDF/OWL.

Una ontologia di EA descrive i concetti e le relazioni fra i concetti in modo da modellare le principali dinamiche di EA. Vengono definite a partire da modelli più generici e via via specializzati per lo specifico contesto del cliente. In tal modo nessuno modello ontologico risulta mai uguale ad un altro – si pensi per esempio alle diverse possibili accezioni del concetto “Servizio” che si possono avere e di relazioni con esso.

Rappresentazione degli snapshots temporali e roadmap

Una delle prerogative della modellazione semantica delle informazioni è quella di rendere possibile rappresentazione della dimensione evolutiva di un sistema (linea temporale) tramite la descrizione di specifici stati detti snapshot (metafora nata dalla parola inglese per “foto istantanea”). Ciò permette di definire una roadmap aziendale tramite una serie di step intermedi per raggiungere specifici obiettivi («TO-BE») a partire dallo stato attuale («AS-IS»)

Nel prossimo articolo…

Vedremo più in dettaglio quali siano le diverse viste indipendenti dell’EA, come possano essere formalizzate in modelli ontologici e riconciliate fra loro per creare una unica vista di insieme. Per capire meglio faremo anche un piccolo esempio.

To be continued… 😉

Aggiornamento 15 febbraio 2017 – Nuovo post: L’Enterprise Architecture, da diversi punti di vista.

ZFS e container su Linux? Ecco come, su Ubuntu

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Volete ottenere una densità dieci volte superiore rispetto a quella delle virtual machine? E avere la possibilità di utilizzare funzionalità avanzate come block deduplication, copy-on-write o snapshot?
Ora è possibile senza rinunciare a Linux e all’Open Source.

Le prime prove che abbiamo effettuato in laboratorio sono molto promettenti.

Un container con Tomcat ed una web app girano in qualche centinaio di MB in memoria. E la partenza di un nuovo container richiede qualche secondo.

Fino ad oggi ZFS e i container erano supportati solo su sistemi operativi che derivavano da Solaris, ad esempio SmartOS.

Dal rilascio di Ubuntu 16.04, ZFS è supportato da Canonical. E il sistema di container lxd ne consiglia l’utilizzo.

Sfruttare i vantaggi di ZFS e dei container su Linux non è mai stato così semplice. Per configurare un sistema di container con ZFS è sufficiente digitare questi comandi:

$ sudo apt install lxd zfsutils-linux
$ sudo lxd init

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, ho trovato molto utili le informazioni fornite da questi siti:

Introduzione a lxc e lxd

ZFS is the FS for Containers in Ubuntu 16.04

Enterprise architecture ed esami di “maturità”

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worry student have a problem with mathematics

Una delle frasi ricorrenti che sentiamo dire dai clienti quando proponiamo o iniziamo con loro un percorso di enterprise architecture è “non siamo ancora maturi”: i dati non sono maturi, l’organizzazione non è matura, le persone non sono mature…
Ma cosa significa “essere maturi” dal punto di vista dell’enterprise architecture e quando un’organizzazione può considerarsi tale?

Il grado di maturità è legato al livello di conoscenza, condivisione e accettazione nell’organizzazione del processo e del modello dati di enterprise architecture. Compito dell’enterprise architect è promuovere una visione d’insieme dell’azienda, integrando informazioni potenzialmente eterogenee con livelli di dettaglio differenti dalle diverse aree e riconducendole ad un modello comune e condiviso. L’obiettivo è allineare le iniziative di evoluzione IT alle strategie aziendali fornendo viste sui dati (business, architetturale, applicativa, infrastrutturale, organizzativa) adeguate alle esigenze dei vari interlocutori. Il livello di maturità dipende quindi da quanto il processo di enterprise architecture incide sulle decisioni all’interno dell’organizzazione.

Sfortunamente dati, organizzazione e persone non maturano da soli. Se i dati e il modello non sono gestiti si rischia di trarre conclusioni basate su una fotografia che non corrisponde più alla realtà. Aggiornare dei dati obsoleti può avere dei costi molto elevati perché il divario può diventare talmente alto da vanificare gli sforzi iniziali, il che equivale quasi a ripartire da zero. Se non si coinvolgono le persone nel miglioramento dell’enterprise architecture le decisioni possono apparire come calate dall’alto, le informazioni possono risultare incomplete, inesatte o non del grado di dettaglio utile, di fatto diminuendo la credibilità e il livello di condivisione del processo e del modello dell’EA.

La buona notizia è che un percorso di enterprise architecture può essere intrapreso in modo graduale. Quando un’organizzazione si interessa ai temi di EA perché è consapevole che dover ricostruire lo stato corrente dei propri sistemi a ogni nuova iniziativa non è utile né efficace ha già un grado di maturità sufficiente per iniziare. Si può partire da qualsiasi area, in generale quella su cui si ritiene di avere più informazioni o si pensa che siano più facili da recuperare (processi? applicazioni? infrastruttura?). Si può proseguire per passi, aggiungendo i dati necessari per lo scopo che si vuole ottenere, mantenendo aggiornati quelli esistenti e migliorandone la qualità, coinvolgendo gli interlocutori potenzialmente interessati e cercando di fornire ad ogni passaggio analisi e informazioni significative.

Non esiste quindi un esame di maturità finale perché non c’è un punto di arrivo definitivo. L’enterprise architecture è un’attività continua che deve seguire e agevolare i cambiamenti all’interno dell’organizzazione.